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1.000 km e 19.349 metri di dislivello: Gianluca conquista il Rwanda con Impanga

Gianluca Scafuro chiude 17° alla Race Around Rwanda 2026 con la cargo bike Tommasini Impanga: 1.005 km, 19.349m di dislivello, crisi notturne e il trionfo finale. Intervista esclusiva.

1.000 km e 19.349 metri di dislivello: Gianluca conquista il Rwanda con Impanga

Mille chilometri attraverso il Rwanda, quasi 20.000 metri di dislivello, e una cargo bike al posto di una bici da gara normale. Gianluca Scafuro ha concluso la Race Around Rwanda 2026 in 17ª posizione su 150 partenti. Una bella impresa, resa ancora più particolare dalla scelta di usare Impanga, un cycle truck artigianale costruito da Tommasini a Grosseto. Gli abbiamo chiesto com’è andata.

Per raccontare la storia di Gianluca alla Race Around Rwanda, Tommasini non poteva tirare fuori dal catalogo una bici standard. Doveva succedere qualcosa di diverso. Qualcosa che non esisteva ancora.

E così, nel silenzio dell’atelier di Grosseto, tra il profumo inconfondibile dell’acciaio e le mani sapienti di artigiani che fanno questo mestiere da generazioni, è nata IMPANGA.

Non cercatela nei listini. Non la troverete alle fiere. Questo è un pezzo unico di Intelligenza Artigianale, un’anima gemella forgiata millimetro per millimetro per sfidare l’impossibile.

I NUMERI DELL'IMPRESA

1.005 km percorsi attraverso le mille colline ruandesi
19.349 metri di dislivello positivo
59 ore di movimento effettivo
93 ore e 34 minuti tempo totale
17ª posizione su 150 partenti

L'intervista

Gianluca, sei arrivato 17° su 150 partenti con una cargo bike. Come ti senti?

«Guarda, ancora mi sembra strano! Quando vedo il 17 accanto al mio nome, considerando tutto quello che è successo durante la gara, faccio quasi fatica a crederci. All’inizio la gente mi guardava tipo ‘ma questo è matto, va con una cargo?’. Poi Impanga ha dimostrato che funziona eccome. Ho tagliato il traguardo alle 2:38 di notte, dopo 93 ore e mezzo. Ero distrutto ma contentissimo. Pensavo a tutte le volte che mi ero detto ‘basta, non ce la faccio più’, ai momenti difficili di notte, alle salite al 30% su sterrato dove ogni pedalata era uno strazio. Alla fine ce l’ho fatta.»

Raccontaci il momento più duro. Qual è stato il tuo punto di crisi?

«Al chilometro 750, di notte. Avevo freddo, fame e basta energie. Non è stata solo la fatica fisica, proprio mentalmente ero a terra. Sei lì nel buio delle colline rwandesi, le gambe non ti rispondono e ti chiedi perché diavolo ti sei messo in questa situazione. Andavo a piedi con la bici a mano, non riuscivo neanche a salire in sella. Sembrava tutto impossibile. Poi si è accesa una luce davanti a me, mi ha fatto capire che la strada continuava, che il checkpoint 4 non era così lontano. A volte basta poco per ritrovare la forza di andare avanti. Sono arrivato al CP4 al chilometro 780, ho dormito qualche ora e sono ripartito per gli ultimi 220 km. Quella crisi mi ha fatto capire che il problema non è tanto la salita o i chilometri: è la tua testa che ti dice di mollare.»
 
E il momento più bello? Quello che ti porterai nel cuore?

«Ce ne sono tanti, ma direi attraversare il Nyungwe National Park di notte. Mi ero riposato a Kirambo al chilometro 670, poi sono ripartito alle 22 per fare la foresta pluviale nelle ore notturne. Sembra una follia, lo so. Sei a 2500 metri, circondato dalla giungla, l’umidità è altissima, senti i rumori della natura. La salita è dura, ma c’è una pace strana. Vai avanti da solo, con la luce frontale, e ti sembra di far parte di qualcosa di più grande. Ecco, in quei momenti capisci perché fai queste cose. E poi i bambini rwandesi. Ogni volta che passavo vicino ai villaggi correvano urlando ‘Hello mzungu!’ con dei sorrisi incredibili. Quell’energia mi ha dato una carica pazzesca.»

Parliamo di Impanga. Cos’ha significato correre con una cargo bike invece di una bici da gara tradizionale?

«Impanga non è solo una bici, diciamo che è stata una scelta precisa. In Rwanda tanta gente usa cargo bike ogni giorno per trasportare di tutto: riso, bombole del gas, mattoni, frutta. Volevo dimostrare che un cycle truck fatto bene può affrontare anche una gara così tosta. Tommasini ha fatto un gran lavoro: geometrie studiate sulle mie misure, acciaio che assorbe bene le vibrazioni su 1000 km di strade massacranti, stabilità ottima grazie al baricentro basso. Quando affronti pendenze al 30% su sterrato, con buche dappertutto, quella stabilità fa davvero la differenza. Il nome Impanga significa ‘gemello’ in kinyarwanda. Perché la Maremma e le colline rwandesi si assomigliano: stessa terra rossa, stesso profilo duro, stessa cultura della fatica. Questa bici è un po’ un ponte tra due mondi.»
 
Prima di chiudere, vuoi ringraziare qualcuno in particolare?

«Assolutamente! Senza i partner tecnici questa cosa sarebbe stata più complicata da organizzare. Udog mi ha dato le scarpe gravel che mi hanno accompagnato per tutti i 1005 km: asfalto, sterrato, guadi, salite impossibili, mai un problema. Quando passi 59 ore effettive in movimento, i piedi sono fondamentali. E i miei hanno retto benissimo. Rockbros Europe per abbigliamento e casco: passare dai 5° di notte ai 40° di giorno significa gestire sbalzi di oltre 30 gradi. I loro capi mi hanno permesso di affrontare piogge, caldo asfissiante e freddo senza problemi. E il casco indispensabile per sentirsi sicuro nelle discese tecniche. Poi un grazie al Ministero dello Sport Rwandese molto disponibile a mettermi a mio agio. Senza questo team, Impanga sarebbe rimasta un’idea nel cassetto. Insieme abbiamo dimostrato che quando artigianato italiano e tecnologia di qualità si uniscono, si possono fare cose interessanti.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Tutto. Mi ha lasciato tutto. La consapevolezza che i limiti sono più in là di dove pensi. Che quando sei al chilometro 890, dopo una notte di freddo e fame, e vedi che mancano solo 110 km, trovi forze che non sapevi di avere. Mi ha lasciato belle connessioni: i compagni di avventura che capisci solo guardandoli. I volontari rwandesi ai checkpoint che ti accolgono come se fossi un campione anche se arrivi 20° o 30°. Ma soprattutto la certezza che il ciclismo può essere più di una gara. Impanga non finisce qui. È il prototipo di un progetto più grande: portare questa tecnologia cargo in Rwanda per migliorare la vita di chi usa la bici per lavoro ogni giorno. Immagina cosa potrebbe cambiare per loro. Il Rwanda mi ha messo alla prova, mi ha fatto soffrire, ma mi ha anche conquistato. Quelle colline, quella gente, quel continente.»